Gli adempimenti fiscali sono un obbligo per quanti operano su internet con il trading online poiché è un’attività che genera profitti e guadagni e che come tali sono sottoposti a controllo fiscale, tuttavia, la fiscalità sul trading non è particolarmente complicata o soggetta ad adempimenti extra, infatti la pressione fiscale è minore rispetto ad altre fonti di reddito, non sono contemplate imposte fisse (almeno ché il conto di trading non sia stato aperto presso un broker residente all’estero) e non è necessaria l’apertura di una partita IVA, l’iscrizione all’INAIL, il versamento dei contributi INPS o l’iscrizione alla camera di commercio locale né simili (per approfondimenti leggi guidatradingonline.net).

Conoscere la fiscalità del trading è, però importante e da non sottovalutare come dovere etico, morale e civile.

Funzionamento della tassazione sul trading online

La dichiarazione dei redditi si presenta ogni anno a valere sui redditi percepiti nell’anno precedente (la dichiarazione 2019 sui redditi e i guadagni del 2018). Anche i redditi derivanti da attività finanziarie online come il trading – se superano una determinata soglia di guadagno – necessitano di essere dichiarati fiscalmente, per cui se al 1° gennaio risultavano sul conto trading 1000 € e al 31 dicembre ne risultano 6.000, significa che è maturato un guadagno di 5000 € che tecnicamente si definisce “plusvalenza”; questo introito va dichiarato. Allo stesso modo se al 1° gennaio si ha un conto trading di 1000 € e a dicembre risultano 400 €, vuol dire che si è verificata una perdita di 600 €, tecnicamente definita una “minusvalenza”, ma anch’essa dovrà essere dichiarata fiscalmente o utilizzata a compenso. Le imposte si calcolano sul guadagno registrato tramite l’attività di trading.

Lo stesso discorso vale per la tassazione del Forex, per i proventi generati dalle attività sui mercati valutari. Sostanzialmente, con la Risoluzione n. 102/E del 25 ottobre 2011, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che sia le attività di trading che di Forex sono parimenti soggette a tassazione nel momento in cui si verifica una plusvalenza, indipendentemente dall’entità (infatti, prima della risoluzione si riteneva che nel caso dei guadagni dal Forex, si dovessero dichiarare solo se in conto erano depositati oltre 51.645,69 € e vi era stata attività almeno 7 giorni lavorativi continuativi nel periodo di imposta).

La stessa risoluzione chiarisce anche come e su cosa effettuare il calcolo dell’imponibile. I redditi da trading sono costituiti dalla somma algebrica dei differenziali positivi e negativi dei proventi. Ai fini del calcolo occorre considerare solo le operazioni aperte e chiuse nell’anno di imposta, per cui se si sono effettuate due vendite e un acquisto tra febbraio e novembre 2018 e poi si è aperta un’altra posizione a gennaio 2019, ai fini della dichiarazione dei redditi 2019 si dovranno considerare solo le posizioni aperte e chiuse nel 2018, quella di gennaio 2019 ed eventuali altre nel corso dell’anno andranno a costituire il reddito da dichiarare nel 2020. Anche gli interessi percepiti o versati costituiscono la base dell’imponibile, così come le minusvalenze possono essere utilizzate per abbattere l’imponibile a compensazione sui guadagni fino a un massimo di 4 anni. Un esempio aiuta a chiarire: se nel 2016 è stata registrata una minusvalenza di 6000 €, mentre nel 2017 una plusvalenza di 2000 € è possibile utilizzare la minusvalenza per abbattere la plusvalenza e portare a 0 la plusvalenza che, così facendo, non è più imponibile perché è come se non quei 2000 € non si fosse guadagnati perché sono andati a compensare la minusvalenza dell’anno precedente. Inoltre avanzano 4000 € di minusvalenza da utilizzare fino ed entro il 2022 (ovvero fino a un massimo di 4 anni) per scontare eventuali altre plusvalenze riducendo se non azzerando la base imponibile e quindi le imposte da versare.

Aliquote e altre imposte sul trading online

Dal 1° luglio 2014, l’aliquota per il calcolo delle imposte sui redditi da trading è del 26%, l’aliquota è fissa e non prevede scaglioni fiscali (come per l’IRPEF), quindi su un reddito da trading di 5000 €, si pagheranno 1300 € di imposta, su 10.000 € si verseranno 2600 €, su 100.000 € se ne pagheranno 26.000 e così via a seconda degli introiti.

Il pagamento dell’imposta si  effettua tramite il modello F24 con il relativo codice tributo in base alla natura degli investimenti. Il pagamento delle imposte può avvenire in due modi:

  • In regime amministrato, utilizzando lo stesso broker di trading come sostituto di imposta il quale provvederà a calcolare, sottrarre dai guadagni e liquidare le imposte dovute; oppure
  • In regime dichiarativo dove è il trader contribuente a farsi carico della dichiarazione dei redditi senza intermediari.

Quale dei due regimi è più conveniente? Hanno entrambi dei pro e dei contro: il regime amministrato è conveniente dal punto di vista delle pratiche e delle formalità correlate alla fiscalità del trading, ma allo stesso tempo, i guadagni saranno da subito ridimensionati perché il broker provvederà alla chiusura di ogni operazione ad effettuare il calcolo di ciò che resta e di ciò che andrà versato come imposte. Il regime dichiarativo, invece, se da un lato è più oneroso da gestire a livello pratico, si rivela più remunerativo in termini di capitale, perché i calcoli si fanno una volta sola nell’anno e sull’intero capitale finale e non sulle singole operazioni, avendo così nel corso dell’anno più capitale da reinvestire con conseguente possibilità di aumentare i guadagni.

Esemplifichiamo: se si guadagnano 1000 €, con il regime amministrato il broker deposita sul conto 740 € e 260 € sono detratte per l’imposta, mentre in regime dichiarativo, l’intero capitale guadagnato rientra sul deposito. Con il regime dichiarativo le minusvalenze possono essere utilizzare per compensare le plusvalenze, mentre in regime amministrato non è più possibile farlo perché le imposte sono già state versate.

Le altre imposte che gravano sui redditi da trading sono:

  • La Tobin Tax;
  • L’imposta di bollo;
  • L’IVAFE.

Sia la Tobin Tax che si applica su alcune transazioni finanziarie che l’imposta di bollo sul conto trading sono definite imposte marginali perché è il broker che assolve questi aspetti burocratici e inoltre incidono molto lievemente sugli introiti in termini assoluti.

L’IVAFE – l’Imposta sul Valore delle Attività Finanziarie all’Estero – è, invece, considerata una tassa pesante perché si applica su quanti operano con broker residenti all’estero e colpisce il denaro depositato sul conto, pertanto si corrisponde sia se ci sono state delle plusvalenze, delle minusvalenze o che non siano state fatte operazioni per l’intero anno di imposta. Quindi, l’IVAFE si paga sul deposito in conto trading e l’aliquota è fissata al 2 per mille: su una giacenza di 15.000 € si verserà 30 € di IVAFE. Il versamento minimo per l’IVAFE è di 12 €, ciò significa una giacenza minima in conto trading di 6000 €. Sotto la soglia dei 6000 €, l’IVAFE non è dovuta.

Riguardo all’IVAFE si è aperto un quesito non risolto relativamente ai trader che aprono un conto con un broker estero ma regolamentato e iscritto nelle liste della Consob – organo di controllo finanziario locale: l’IVAFE è dovuta in questi casi, oppure il broker in quanto iscritto alla CONSOB risponde al regime fiscale italiano? Il dibattito è aperto, sebbene la maggior parte degli esperti sostiene che in questi casi l’IVAFE non è dovuta. Nel dubbio si raccomanda sempre di consultare un commercialista professionista, preferibilmente se esperto del settore trading online e forex.

L'articolo è stato scritto dalla Redazione di ElaMedia Group

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