Il libero mercato è una delle caratteristiche su cui si fonda la nostra società occidentale, basato almeno ideologicamente su una struttura e un’organizzazione che dia la possibilità a tutti di poter fare impresa in un mercato in cui i prezzi siano il frutto dell’interazione fra la domanda e l’offerta, fatte salve ovviamente delle zone franche relativamente a prodotti di particolare interesse pubblico, in cui i prezzi sono calmierati dallo Stato nell’interesse della collettività. 

La libertà è assolutamente un concetto affascinante, tuttavia ogni tipologia di libertà - e questa non fa eccezione - ha bisogno di regole per evitare che il concetto di libero mercato si trasformi in una giungla in cui prevalga la legge del più forte. 

La formazione del lavoratore dipendente

Spesso un lavoratore acquisisce conoscenze e competenze utili a migliorare le proprie capacità in un determinato settore. Questo è ovviamente un elemento positivo per il buon andamento dell’attività aziendale ma il datore di lavoro che forma il proprio dipendente, trasferendo a lui il proprio know how, rischia di vedere trasformare quello che era un membro del proprio staff in un avversario sul mercato, qualora il dipendente decida in futuro di aprire un’azienda e mettersi in proprio oppure di trasferirsi, sempre come dipendente, in un’azienda concorrente. 



Il patto di non concorrenza, cosa prevede

Per evitare il verificarsi di questa spiacevole situazione, il legislatore ha previsto la possibilità di inserire all’interno dei contratti di lavoro un patto di non concorrenza. Si tratta di un accordo scritto tra datore di lavoro e lavoratore dipendente attraverso il quale le parti convengono di prolungare, per un periodo successivo alla cessazione del rapporto di lavoro, gli obblighi di fedeltà disciplinati dal nostro Codice Civile e previsti per tutta la durata del rapporto stesso. Il patto di non concorrenza deve prevedere la corresponsione di un compenso, tuttavia non può avere una durata superiore ai 5 anni, per i dirigenti, e ai 3 anni, in tutti gli altri casi, successivi alla cessazione del rapporto di lavoro. 

cosa si rischia con la violazione di questo patto

In caso di violazione del patto di non concorrenza, il vecchio datore di lavoro può agire in giudizio in una duplice modalità: può chiedere la risoluzione del patto di non concorrenza per inadempimento, con la conseguente restituzione del compenso corrisposto per il patto e procedere anche ad una richiesta di risarcimento dei danni subiti in conseguenza dell’attività svolta dall’ex dipendente o, in alternativa, può chiedere l’adempimento del patto di non concorrenza, anche richiedendo l’attivazione di una procedura cautelare con la quale il giudice imponga al lavoratore di cessare la propria attività posta in essere in violazione del patto di non concorrenza dell’accordo.

Il corrispttivo congruo che spetta al dipendente

Come abbiamo visto, il patto di non concorrenza è un accordo scritto tra il datore di lavoro e il dipendente che può andare anche oltre il periodo di lavoro concordato. Nel paragrafo precedente parliamo di quanto sia rischioso, per il dipendente, venir meno a questo accodo con la violazione del patto di non concorrenza, tanto che rischia di dover pagare all’azienda per cui lavora o lavorava, un importo di risarcimento economico per i danni creati alla società.

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D’altro canto, il lavoratore dipendente, durante lo svolgimento del suo contratto presso l’azienda sottoscrittrice del patto di non concorrenza, dovrà essere retribuito tramite un corrispettivo congruo alla richiesta del suo datore di lavoro, il quale dovrà versare una somma rappresentativa della percentuale dello stipendio del lavoratore stesso. Quindi più ampie saranno le condizioni indicate su questo documento e maggiore sarà la percentuale che l’imprenditore dovrà riconoscere al suo dipendente, all’interno dell’ultima busta paga annuale.

Ovviamente, non ci sono delle leggi che regolano tale importo, sarà il buon senso del titolare dell’azienda ad effettuare una proposta in base allo sforzo richiesto. Di norma i valori variano dal 30% al 50%, ma si tratta soltanto di una legge non scritta sulla quale possono regolarsi sia il proprietario aziendale che il lavoratore dipendente.

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Allo stesso tempo, il datore di lavoro può scegliere di offrire una quota fissa, piuttosto che una percentuale. Il concetto rimane lo stesso: l’importo scelto dovrà essere adeguato alle richieste.

Ci sono dei parametri sui quali basarsi, per capire l’entità della richiesta del proprio datore di lavoro, vediamo quali sono:

  • Durata dell’accoro: massimo tre anni per quadri e operai, mentre arriva a 5 anni per i dipendenti;
  • Raggio territoriale: più è ampia il raggio d’estensione per il quale il patto di non concorrenza è valido e più il corrispettivo dovrà essere alto;
  • Settore di competenza: il corrispettivo viene deciso anche in base al settore in cui opera l’azienda in questione.